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Il respiro di Poveglia

Avvicinandosi al lavoro fotografico su Poveglia di Beatrice Mancini, il cui libro è uscito a novembre 2017 per Milieu Edizioni (Il respiro di Poveglia, testi di  Christian Elia, con esordio giovedì 16 novembre alle ore 18.30 presso la Libreria Cultora di Milano) è impossibile non ricordare immediatamente l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

La Spoon River italiana si trova a sud di Venezia lungo il canal Orfano, in quel tratto di laguna che va verso il porto di Malamocco. Poveglia è proprietà del demanio; per visitarla servono particolari autorizzazioni oppure si può fare come Beatrice Mancini: rivolgersi a un barcaiolo (forse il traghettatore del libro) e farsi portare lentamente nella nebbia verso questi sette ettari abbandonati.

Poveglia è costituita da tre isolette: quella circolare dell’ottagono, quella edificata e, infine, quella verde. L’unica parte oggi percorribile è quest’ultima, a meno di non aprirsi varchi nella vegetazione che sta inghiottendo ogni cosa. Disabitata dal 1968, Poveglia è frequentata – illegalmente- da turisti a caccia di emozioni: nel 2009 infatti la trasmissione americana Ghost Adventures dedica una puntata all’isola e ai suoi fantasmi. Vero? A leggere i racconti di Christian Elia in qualche modo sì.

Otto storie brevi, ambientati negli edifici ancora riconoscibili i cui resti entrano come viscere scoperte nelle foto di Beatrice Mancini. Otto voci del passato, tra storia e fiction, che si rivolgono a un visitatore immaginario. Passando dal Lazzaretto e i profughi di Padova–Este, dall’epoca d’oro del commercio del pesce e quella dolorosa della devastazione della guerra di Chioggia, dai marinai in quarantena e dall’ospedale, fino al manicomio e alla casa di risposo.

Poveglia infatti nel corso dei secoli è stata tutto questo. Per la sua posizione strategica fu avamposto militare e arsenale durante la Repubblica Serenissima. Fu lazzaretto durante la peste nera, isola di quarantena per marinai (nel 1828 venne lasciata in quarantena una giraffa, mandata in dono dal vice Re d’Egitto all’Imperatore d’Austria Francesco I). Nel 1922 Poveglia ospitò quella che all’apparenza era una casa di riposo per anziani, di fatto un “reparto psichiatria” come ancora si legge sulle pareti all’ingresso della struttura.

Se quindi Il respiro di Poveglia ci porta con la mente a Spoon River, con il cuore di chi ama la fotografia ci riporta indietro di qualche anno quando uno dei sogni più affascinanti di tutta la letteratura è diventato mostra fotografica.  Era il 2006 quando il giovane William Willinghton presenta in anteprima in Italia Spoon river, ciao, fotografie scattate a Spoon River (Illinois, USA) accompagnate da testi inediti di Fernanda Pivano. E sceglie di farlo, come Beatrice Mancini, non in una galleria ma in contemporanea nelle librerie Feltrinelli di Milano, Roma, Bologna, Genova, Firenze, Napoli e Bari.  Sette mostre per le quali non era necessario acquistare un biglietto, favorendo un contatto anche con un pubblico non specializzato e giovane.

Così Beatrice Mancini sceglie un luogo differente grazie alla collaborazione con la galleria fotografica Expowall che partecipa per il secondo anno a Bookcity Milano allestendo nuovamente una mostra presso il Foyer Alto del Teatro Franco Parenti (via Pierlombardo, 14 – Milano). Portare le fotografie fuori dalla galleria significa per Expowall essere in piena sintonia con l’intento di Bookcity di occupare la città, anche nei suoi luoghi meno convenzionali, con presentazioni, reading, mostre, spettacoli e dialoghi. Così abbinare fotografie e libri, o fotografie e racconti come nel caso di Beatrice Mancini e Christian Elia, diventa ammonimento.  Perché Poveglia sia un monito della storia e della vita della Laguna, che continua a specchiarsi nella Malamocco di oggi, come una profezia, rispetto a quello che accade a Venezia e dintorni, in bilico tra la sua identità e un futuro solo per visitatori.

 

Appuntamenti:

Il respiro di Poveglia,  Fotografie di Beatrice Mancini, testi di Christian Elia, Milieu edizioni presentazione Giovedì 16 novembre alle ore 18.30, Libreria Cultora, via Lamarmora 24, Milano

Il respiro di Poveglia , Reading con gli autori (Il dottore, il ribelle, la milionaria, l’appestata, il marinaio, la pazza, il pescatore, il custode)
Venerdì 17 novembre ore 19:00
Sabato 18 e domenica 19 novembre ore 12:00  e ore 18:30
Teatro Franco Parenti – Foyer Alto , via Pierlombardo 14 – Milano

Bookcity Milano 2017

 

Beatrice Mancini è specializzata in fotografia di reportage e di ricerca. Il suo progetto Princess of Waterland è stato esposto a Venezia, Milano, Padova e Firenze. Pubblica su diverse riviste tra cui GEO, D di Repubblica, Focus Storia, Gioia, GQ, Corriere della Sera, La Stampa, Il Giorno, Cartier Art.

Christian Elia giornalista, è stato inviato
di PeaceReporter e di E-il mensile in Medio Oriente, Balcani, realizzando reportage in 
più di quaranta paesi. Per le sue cronache delle rivolte arabe ha vinto il Premio Baldoni e il Premio Giornalisti del Mediterraneo. È autore di Oltre il muro e Storie in fuorigioco,
 e dei documentari The Empty House e A different crisis. Collabora con alcune delle più importanti testate giornalistiche italiane.

 

Nota a margine: Nell’estate 2018 verrà indetta la seconda asta per affidare l’isola per una durata di 99 anni. Le offerte della prima asta, era il 2014, vennero ritenute incongrue: Luigi Brugnaro, imprenditore e attuale sindaco di Venezia, offrì 513mila euro; l’Associazione “Poveglia per Tutti” volendone mantenere l’uso pubblico lanciò la campagna 99 euro per 99 anni arrivando a 4500 iscritti da tutto il mondo e offrì 160mila euro.

Book Sculptures, riciclare è un’arte.

Book Sculptures: Riciclare è un’arte. Ma se per fare upcycling o riuso creativo non c’è bisogno di essere artisti, per trasformare libri in sculture bisogna essere dei maestri.

Andrea Albanese è un autodidatta, uno di quelli che come si dice, si è fatto da solo. Una capacità mortificata dai casi della vita, poi l’incontro che ti cambia l’esistenza -quello con Emilio Tadini- mentre dirigeva una palestra. Andrea sa ascoltare gli altri e gettare il cuore oltre l’ostacolo. Via così verso una ricerca tutta personale, raffinata, che vive di strati di materiali depositati con pazienza su tele e oggetti e che diventa ora il nuovo progetto Book Sculptures.

La nuova serie che rende protagonisti i libri ha già conquistato molti milanesi. Suo è infatti il grande pannello del nuovo Atelier Misani di via Ponte Vetero 22, quartiere Brera. Suoi i libri su cui appoggiano i sofisticati gioielli.

andrea albanese bookcity book sculptures misani gioielli

Sovrapponendo materia alle parole scritte, cancella e nello tesso tempo recupera memorie, frammenti, storie. L’eredità umana di chi ha letto o posseduto quel libro che si imprime nel corpo dell’opera. Andrea Albanese sfonda la bidimensionalità della pagina e dà un nuovo contenuto a libri usati e spesso amati. Prende a pretesto il loro spirito di reliquia, intervenendo su di essi per scrivere una nuova storia. Forse anche poesia, fatta di delicate miniature che diventano i nuovi personaggi del libro. Queste piccole figure sembrano emergere dall’impasto della materia, facendo fiorire una narrativa senza tempo. Libera di narrare qualunque storia perché sincronizza il tempo del lettore e dell’osservatore.

Colore denso, materia che si fa spessa intorno ai fogli che si animano di colori forti e nuove lettere. Per Bookcity Milano 2017 Andrea Albanese ha creato una collezione inedita di libri in mostra dal 14 di novembre presso la galleria Expowall di Milano (via Curtatone, 4). L’allestimento è di Angelo Bianchi.

Venerdì 17 novembre 2017 alle ore 17 (Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male, diceva Eduardo De Filippo) sempre presso la galleria Expowall chi lo desidera potrà consegnare i propri libri da reinventare attraverso il lavoro dell’artista.

Syncretic New York

Il testo critico di Paolo Schianchi sulla mostra fotografica ELECTRI-CITY di Giuseppe Di Piazza

New York, New York e ancora New York, la metropoli di cui conosciamo, anche senza esserci stati, scorci, atmosfere, immaginari, persone e quant’altro. In effetti è una delle città più iconiche del Novecento ed è sempre più difficile raccontarla nella nostra epoca, quella in cui, grazie alla rete, non vediamo più nulla per la prima volta.
A darle una ritrovata connotazione figurativa ci ha pensato Giuseppe Di Piazza con le sue immagini che mostrano il sincretismo visivo di un tale complesso agglomerato urbano.
Ma andiamo per ordine.

 

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Oggi attraverso i new media la nostra cultura visiva, incuneandosi fra chi siamo e ciò che percepiamo del mondo, ha portato tutti ad avere un immaginario al tempo stesso individuale e condiviso di qualunque luogo, perché sempre lì pronto ad essere osservato su di uno schermo attraverso un click. Un processo che si è sviluppato grazie alle cosiddette immagini sincretiche.
Si tratta di raffigurazioni che gemmano le une sulle altre senza pregiudizi, poiché contengono talmente tante valenze da essere sempre al presente, attuali e senza tempo, libere di narrare ogni traccia presente sul territorio. Ovvero sono la fusione di elementi visivi impressi sulla superficie dell’immaginario e dalla memoria individuale, utilizzati per mostrare l’immaginario e la memoria collettiva, sincronizzando il tempo di chi produce visioni con quello di chi le osserva. Allora la Grande Mela nella nostra contemporaneità è tutto quell’insieme visivo che conosciamo di lei, spaziando da Sex and the City alla Trilogia di New York di Paul Auster, dalle iniziative dei suoi musei alle fotografie d’autore raccolte in libri editi in tutto il mondo, dalla Factory di Andy Warhol al capodanno a Time Square, da un racconto di viaggio al crollo delle Torri Gemelle, dalle feste di rimando etnico nei diversi quartieri a Colazione da Tiffany di Truman Capote, dalla moda nelle sue strade alle persone che corrono in Central Park e tutto quanto sia stato comunicato, letto e visto di questa città, rendendola l’immagine di se stessa. Insomma le immagini sincretiche hanno trasformato l’immaginario evocato per anni dalle parole nel suo ritrovato complementare espressivo contemporaneo: la raffigurazione.

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L1041810Coney_Island_cineseUn cambiamento culturale che è visibile, in modo diretto e preciso, negli scatti di Giuseppe Di Piazza, il quale riesce a manifestare tutto il sincretismo annidato in ognuno di noi. A ben vedere le sue raffigurazioni di New York, sfocate e in movimento, esistono e si ricompongono nell’istante in cui le si guarda, lasciando chi osserva, ed ecco la sua grande forza espressiva e creativa, libero di ricondurle a una personale narrazione. Ma attenzione, Giuseppe Di Piazza compie tale azione visiva guidando magistralmente l’occhio di chi guarda. La sua infatti è un’estetica talmente contemporanea da trovare la propria bellezza nell’interscambio fra autore e spettatore, in quanto utilizza una nebulosa visiva composta da sfocature e movimenti della camera in cui tutto questo avviene con semplicità, senza forzare chi osserva, ma al contempo guidandolo nel rintracciare la Grande Mela che alberga in lui.

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Allora le strade, i palazzi, lo skyline, la metropolitana, le persone, il Grand Central Terminal, i locali pubblici e quant’altro Giuseppe Di Piazza immortali di New York, assume un nuovo valore partecipato, diventando l’anello di congiunzione visiva fra gli immaginari di colui che fotografa e quelli di chi guarda le sue raffigurazioni. Riesce quindi a coniugare la realtà di New York con ciò che ci si immagina, ma tenendo le redini ben salde, allo scopo di palesare una visione personale e sempre nuova, quella, fuggevole e mediatica, ormai completamente immersa nella cultura visiva post-web.
Sarà balzato all’occhio che non si è utilizzato il termine fotografia, ma immagine. Una scelta consapevole, perché quanto prodotto da Giuseppe Di Piazza valica il concetto di fotografia tradizionale, traghettando questa disciplina nell’attualità: quella dove l’oggetto che consumiamo per apprendere e comunicare viene appunto chiamato immagine.

Paolo Schianchi

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Bookcity Milano 2016: la fotografia come racconto

Di Laura Davì

I libri sono pronti a invadere pacificamente la città: da oggi al 20 novembre 2016 Milano torna a essere la città del libro, “Book City”.

La Galleria Expowall, che sta per compiere il suo primo anno di vita, contribuisce con due iniziative ad arricchire il tema dello Sguardo, una delle 10 sezioni tematiche di Bookcity Milano 2016.
Pamela Campaner e Alberto Meomartini tornano a portare le fotografie oltre i muri della loro galleria, in piena sintonia con l’intento di Bookcity di occupare la città, anche nei suoi luoghi meno convenzionali, con presentazioni, letture ad alta voce, mostre, spettacoli, incontri e dialoghi.
Il fotografo Nicola Carignani dialogherà il 19 novembre alle 17 con Ivanmaria Vele del libro Obtainium nel bellissimo spazio della Stamberga, Bookstore Poetic Library di via Melzo 3, dove viene esposta per l’occasione una selezione di 18 stampe incorniciate.
Il libro raccoglie le storie degli strani personaggi fotografati da Carignani nel deserto di Joshua Tree, tra California e Arizona, perché possano essere raccontate e conosciute oltre che viste. Perché il lavoro fotografico nasce insieme alla necessità del racconto di questo mondo particolare che vive di Obtainium, una lega metallica immaginaria ottenuta dalla fusione di oggetti abbandonati con oggetti provenienti dai mercatini dell’usato. E come ci dice Nicola Carignani, anche il libro è in Obtainium: la carta è quella che era già presso la legatoria e le cover sono state rivestite di scampoli di tela finché ce ne sono stati, poi sono di nudo cartone. (Ecco il perché delle copertine diverse). Il libro, in 350 copie numerate e firmate, è edito da Expowall.
Il 19 e il 20 novembre alle 15 e alle 16 si varcano invece le porte del Teatro Franco Parenti dove, nel Foyer Alto, la galleria Expowall presenta “Il silenzio della parola, il rumore della carta”, progetto del fotografo Giulio Cerocchi che prende vita con i reading letterari di Paola Campaner.

Loredana De Pace, curatrice della mostra, ci parla della relazione che si intreccia nasce e permane con le pagine dei libri e coi libri stessi che leggiamo. Un libro viene metabolizzato anche a nostra insaputa, dice. E racconta della nuova scelta che il fotografo ha fatto, con la decisione di fotografare i suoi libri, raccontandoci così il suo percorso di formazione. Una mostra che richiede intimità, avvicinamento, relazione: perché solo da vicino si vede l’età delle coste dei libri e si notano i due centimetri di costa di libro vero che dà una sorta di straniamento surrealista con la sua tridimensionalità. E la serie di titoli stimola il pensiero, provoca curiosità. Il libro in evidenza sarà il preferito dell’autore? O il prossimo che leggeremo noi spettatori?
Laura Davì

Memoria e condivisione: “E se una notte un cantastorie”

E’ inusuale che una giovane artista si cimenti subito con il tema dei temi, la memoria, e con tanta attitudine.
L’installazione di Francesca Maria Cabrini parte dalla constatazione che siamo circondati da una sorta di onnipotenza della capacità di memoria rischiando di accumulare ricordi invece di condividerli. La scelta dell’artista è quella di tirar fuori dalla propria memoria ciò che vuole condividere con altri,  viverlo e farlo vivere attraverso il dono di un diario della mente che si riempie di immagini.
Il più bel motto che io ricordi è quello della famiglia Serra di Cassano, il cui giovane Gennaro nel 1799  fu una delle vittime della restaurazione dopo la breve parentesi della Repubblica Napoletana: “Venturi aevi non immemor”.

Scrive Francesco Liggeri nel suo testo critico alla mostra: “Negli ultimi dieci anni possiamo osservare, facendo anche il punto della situazione qualora lo si voglia fare, come nel mondo dell’arte la rappresentanza dei giovani artisti ha sempre più a che fare con un contemporaneo dettato dai media, dalla cultura pop e dalla trovata appariscente o puramente scandalistica che permette a questi giovani e rampanti artisti, di sopravvivere quel tanto che basta per poi trovare un’altra trovata che gli continui a dare ossigeno per quel tempo necessario che si ripetano. Si rischia quasi sempre di pensare che i molti giovani artisti siano, ed è un comune pensiero purtroppo, dei perditempo ma non è sempre così. Certo, questa è solo una delle facciate che si possono incontrare quando visitando gallerie o fiere abbiamo dinanzi l’opera di un giovane artista, l’altra faccia invece ci dimostra che esistono giovani artisti con qualità importanti, portati ad una ricerca raffinata che non preclude solo l’insegnamento della cultura pop o concettuale ma che utilizza questi elementi come strumenti per la propria ricerca al fine di creare opere che siano solide concettualmente e tecnicamente, opere che rimangano nell’immaginario di chi le incontra, dal visitatore medio al non addetto ai lavori“.

Le fotografie, i disegni e le lettere che il pubblico è invitato a raccogliere nei cassetti del grande mobile (Selezione Premio Arte Laguna 2015) sono dunque volontà di condivisione  su cui riflettere ed emozionarsi, sperando che non restino chiuse nella memoria di ciascuno, ma che alimentino altre emozioni e condivisioni.
AM

La mostra “E se una notte un cantastorie” di Francesca Maria Cabrini è aperta fino al 30 luglio con orario 10-18 presso la galleria Expowall di via Curtatone 4 (MI)

Portfolio: evitare di occupare la galleria

Irrompere in galleria non è il miglior modo di farsi apprezzare

Dall’apertura di Expowall, otto mesi fa, la galleria è stata meta di pellegrinaggi di sedicenti fotografi che senza farsi annunciare hanno occupato scrivania e computer con mazzi di chiavette usb e terabyte di archivio cloud.
Ripetiamo a beneficio dei più qualche regola di base per chi volesse proporre un portfolio a una galleria fotografica. E’ come andare a un colloquio di lavoro o a discutere la tesi di laurea: parafrasando Oscar Wilde non esiste una seconda possibilità di fare una prima buona impressione.

1. Chiedete un incontro invece di presentarvi in galleria senza appuntamento e scocciarvi visibilmente se non si ha tempo di ricevervi; la scritta “entrata libera” in vetrina è per i clienti;

2. Se chiedete un incontro via e-mail l’agenda è quella del gallerista, non la vostra.  E se, come spesso accade, fate anche altri lavori evitate vi prego risposte come quelle che segue, ad agosto nessun gallerista vi darà mai un appuntamento:

Buongiorno, mi spiace non aver risposto prima ma non mi ero accorto di aver raggiunto il limite della mailbox e solo dopo aver cancellato gran parte di email mi sono arrivate le ultime (compreso la Vostra). Purtroppo Vi devo chiedere se non è un problema organizzare l’incontro ad agosto in quanto questo mese non potrò avere una mattina libera a lavoro per vari motivi. Spero capiate la situazione ed in attesa di ricevere una Vostra risposta vi auguro una piacevole giornata;

3. Presentate uno/due lavori, massimo venti foto. Vi assicuro che è sufficiente. L’archivio dagli anni ’90, e voi siete nati nel 1983, solitamente non nasconde tesori;

4. Rispondere alla domanda “come nasce questo lavoro?” non è difficile. Lasciate perdere vi prego le esigenze emotive e le tragedie esistenziali, tutti hanno passato momenti bui ma non per questo hanno ritratto compulsivamente coppie di sposi cinesi a Venezia magari con l’acqua alta.

5. Rispondere alla domanda “cosa vuoi fare di questo lavoro?” implica saper mentire bene. Per questo preparatevi! Il colloquio è un gioco delle parti e la galleria sa benissimo che il fotografo vorrebbe organizzare una personale di almeno tre mesi con foto 2mt x1mt, inaugurazione con cinquecento persone, dj-set e articoli a tutta pagina. Ma non esagerate: le gallerie non possono sostenere costi di stampa, passe-partout, cornici, e catalogo di cinquecento pagine con introduzione di Hans Ulrich Obrist. E dichiarare che non avete un soldo non commuove il vostro interlocutore. Evidenzia solo che le le vostre fotografie non si vendono.

Se poi avete coraggio da vendere e siete davvero sfacciati ispiratevi a Giotto che ha messo Enrico Scrovegni alla sinistra della Croce nel dipinto della omonima Cappella: dopo aver convinto il gallerista del vostro talento, provate a discutere prezzo, soggetto e presenza in scena del vostro committente. Dopotutto il mecenatismo, si sa, è nato a Milano.

PC

Se dopo aver letto questo post volete ancora sottoporci i vostri lavori significa che vi meritate un appuntamento. Scrivete a portfolio@expowallgallery.com