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Book Sculptures, riciclare è un’arte.

Book Sculptures: Riciclare è un’arte. Ma se per fare upcycling o riuso creativo non c’è bisogno di essere artisti, per trasformare libri in sculture bisogna essere dei maestri.

Andrea Albanese è un autodidatta, uno di quelli che come si dice, si è fatto da solo. Una capacità mortificata dai casi della vita, poi l’incontro che ti cambia l’esistenza -quello con Emilio Tadini- mentre dirigeva una palestra. Andrea sa ascoltare gli altri e gettare il cuore oltre l’ostacolo. Via così verso una ricerca tutta personale, raffinata, che vive di strati di materiali depositati con pazienza su tele e oggetti e che diventa ora il nuovo progetto Book Sculptures.

La nuova serie che rende protagonisti i libri ha già conquistato molti milanesi. Suo è infatti il grande pannello del nuovo Atelier Misani di via Ponte Vetero 22, quartiere Brera. Suoi i libri su cui appoggiano i sofisticati gioielli.

andrea albanese bookcity book sculptures misani gioielli

Sovrapponendo materia alle parole scritte, cancella e nello tesso tempo recupera memorie, frammenti, storie. L’eredità umana di chi ha letto o posseduto quel libro che si imprime nel corpo dell’opera. Andrea Albanese sfonda la bidimensionalità della pagina e dà un nuovo contenuto a libri usati e spesso amati. Prende a pretesto il loro spirito di reliquia, intervenendo su di essi per scrivere una nuova storia. Forse anche poesia, fatta di delicate miniature che diventano i nuovi personaggi del libro. Queste piccole figure sembrano emergere dall’impasto della materia, facendo fiorire una narrativa senza tempo. Libera di narrare qualunque storia perché sincronizza il tempo del lettore e dell’osservatore.

Colore denso, materia che si fa spessa intorno ai fogli che si animano di colori forti e nuove lettere. Per Bookcity Milano 2017 Andrea Albanese ha creato una collezione inedita di libri in mostra dal 14 di novembre presso la galleria Expowall di Milano (via Curtatone, 4). L’allestimento è di Angelo Bianchi.

Venerdì 17 novembre 2017 alle ore 17 (Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male, diceva Eduardo De Filippo) sempre presso la galleria Expowall chi lo desidera potrà consegnare i propri libri da reinventare attraverso il lavoro dell’artista.

Bookcity Milano 2016: la fotografia come racconto

Di Laura Davì

I libri sono pronti a invadere pacificamente la città: da oggi al 20 novembre 2016 Milano torna a essere la città del libro, “Book City”.

La Galleria Expowall, che sta per compiere il suo primo anno di vita, contribuisce con due iniziative ad arricchire il tema dello Sguardo, una delle 10 sezioni tematiche di Bookcity Milano 2016.
Pamela Campaner e Alberto Meomartini tornano a portare le fotografie oltre i muri della loro galleria, in piena sintonia con l’intento di Bookcity di occupare la città, anche nei suoi luoghi meno convenzionali, con presentazioni, letture ad alta voce, mostre, spettacoli, incontri e dialoghi.
Il fotografo Nicola Carignani dialogherà il 19 novembre alle 17 con Ivanmaria Vele del libro Obtainium nel bellissimo spazio della Stamberga, Bookstore Poetic Library di via Melzo 3, dove viene esposta per l’occasione una selezione di 18 stampe incorniciate.
Il libro raccoglie le storie degli strani personaggi fotografati da Carignani nel deserto di Joshua Tree, tra California e Arizona, perché possano essere raccontate e conosciute oltre che viste. Perché il lavoro fotografico nasce insieme alla necessità del racconto di questo mondo particolare che vive di Obtainium, una lega metallica immaginaria ottenuta dalla fusione di oggetti abbandonati con oggetti provenienti dai mercatini dell’usato. E come ci dice Nicola Carignani, anche il libro è in Obtainium: la carta è quella che era già presso la legatoria e le cover sono state rivestite di scampoli di tela finché ce ne sono stati, poi sono di nudo cartone. (Ecco il perché delle copertine diverse). Il libro, in 350 copie numerate e firmate, è edito da Expowall.
Il 19 e il 20 novembre alle 15 e alle 16 si varcano invece le porte del Teatro Franco Parenti dove, nel Foyer Alto, la galleria Expowall presenta “Il silenzio della parola, il rumore della carta”, progetto del fotografo Giulio Cerocchi che prende vita con i reading letterari di Paola Campaner.

Loredana De Pace, curatrice della mostra, ci parla della relazione che si intreccia nasce e permane con le pagine dei libri e coi libri stessi che leggiamo. Un libro viene metabolizzato anche a nostra insaputa, dice. E racconta della nuova scelta che il fotografo ha fatto, con la decisione di fotografare i suoi libri, raccontandoci così il suo percorso di formazione. Una mostra che richiede intimità, avvicinamento, relazione: perché solo da vicino si vede l’età delle coste dei libri e si notano i due centimetri di costa di libro vero che dà una sorta di straniamento surrealista con la sua tridimensionalità. E la serie di titoli stimola il pensiero, provoca curiosità. Il libro in evidenza sarà il preferito dell’autore? O il prossimo che leggeremo noi spettatori?
Laura Davì

Hora: design sostenibile, responsabile e di carattere.

Design sostenibile, responsabile e di carattere.
Parliamo di Hora, il laboratorio creativo di Barbara Bottazzini, con un pop-up corner presso Expowall

Si chiama Hora il progetto ideato dalla designer Barbara Bottazzini per realizzare oggetti di uso quotidiano pensando al benessere dell’ambiente con un occhio al sociale. Seguendo il trend degli ultimi anni Hora progetta soluzioni a ridotto impatto ambientale utilizzando materie prime certificate. Qualche esempio? Il bambù di Stoble, l’oggetto multifunzione che fa da comodino, sgabello, vassoio e appoggio per computer è certificato per l’edilizia sostenibile; così l’imbottitura dei cuscini Pillo è derivata dalla lavorazione di bottiglie di plastica riciclata, tutta made in Italy. Ma non è solo la materia prima la forza del ciclo produttivo; l’artigianalità è frutto delle sapienti mani di cooperative sociali che si occupano del reinserimento dei minori agli studi e in generale delle persone in difficoltà.

Rosso acceso, bianco vivo, nero a contrasto sono i colori principali della gamma di prodotti della nuova collezione Type or Graphic: quaderni, tazze, barattoli e complementi d’arredo sono un tributo al carattere tipografico Helvetica. Nato nel 1956 dalla spinta alla concorrenza di una fonderia di Muncheistein (Svizzera, da cui Helvetica) che necessitava di portare sul mercato un nuovo carattere tipografico sans serif (senza grazie), il font conquista subito le agenzie di pubblicità, i grafici, le aziende, il MOMA e Facebook. Persino la segnaletica di New York è in Helvetica! Hora ne fa subito un must have all’insegna della praticità e dello stile.

Hora propone oggetti semplici e originali allo stesso tempo. Idee versatili e ideali per tutti gli spazi della casa, in un equilibrio perfetto tra estetica e funzionalità.
Tra i nostri preferiti la sedia Silla, bellissima in rosso con asterisco bianco, un simbolo che esplicita il design di Hora; può rimandare alle note di un testo così come indicare un’operazione matematica o essere utilizzato in un riga di comando di un linguaggio di programmazione. Dalle forme pulite e lineari, Silla è composta da una struttura in legno di faggio proveniente da piantagioni italiane e laccata con vernici ad acqua certificate.

Curiosità: i quaderni Codex li trovate nelle borse e negli zaini dei nostri fotografi che ne hanno fatto incetta nella nostra galleria. Realizzati con carte certificate FSC e disponibili in tre formati, hanno un copertina morbida e setosa e un rilegatura con filo colorato. Disponibile in varie combinazioni tra colori e simboli grafici.

I prodotti Hora sono disponibili presso la galleria Expowall.

 

Milano ha bisogno di essere raccontata con la fotografia

Lo sostiene la curatrice dello spazio virtuale e reale di Expowall, nato come photoblog di Expo e rapidamente passato da luogo virtuale a luogo fisico. Pasquale Maria Cioffi ha parlato del progetto con Pamela Campaner, anticipando uno dei temi che saranno al centro dei prossimi appuntamenti con la lezione di Expo. [www.ferpi.it]


Leggi l’intervista


Photo courtesy Matteo Cirenei, Marco Introini, Marco Menghi, William Batsford

 

Antonella Bozzini racconta la convivenza tra vecchia e nuova Milano

Milano, 12 maggio 2015 – La sezione PRO di EXPOWALL si arricchisce di una nuova gallery. Dopo The Stately Side of Expo di Marco Menghi e Matteo Cirenei, Antonella Bozzini prosegue con l’architettura raccontando la convivenza di vecchi e nuovi edifici nella Milano che cambia in Architetture Milanesi Work in Progress.

Antonella Bozzini fotogiornalista classe 1967, sta documentando il mutamento della città. Lentamente, come tiene a precisare Antonella, seguendo il ritmo dei cantieri. Perché Milano, nella sua trasformazione, concede il tempo all’osservatore di non scordare dove si trova. Nelle foto di Antonella Bozzini la vecchia Milano è sempre presente, a contatto con il fotografo, segnando il percorso, la storia, il divenire della città delineandola in uno spazioluogo inconfondibile.

Architetture Milanesi Work in Progress è il secondo contributo ospitato da EXPOWALL per raccontare Milano durante EXPO 2015. Diventare PHOTOGRAPHER of THE WEEK è totalmente gratuito. Basta inviare una mail a info@expowall.it con la descrizione del proprio progetto e concordare la messa on line.

#NessunoTocchiMilano – Foto di Francesca Romano

Le foto dell’orgoglio di 20.000 cittadini milanesi #nessunotocchimilano courtesy Francesca Romano

PER ME LA FOTOGRAFIA, di Franco Fontana

Per me la fotografia non è né un mestiere né una professione, ma la realtà della mia vita dopo gli affetti della famiglia e dell’amicizia. É quella scelta che mi dona la qualità, perché vivo con entusiasmo, creatività e rischio, esprimendomi per quello che penso, testimoniando come pretesto quello che vedo e che sono perché non è sufficiente guardare, occorre guardare con occhi che vogliono vedere e capire con il pensiero per credere in quello che si vede.

Fotografare è un atto di conoscenza: è possedere. Quello che si fotografa non sono immagini ma è una riproduzione di noi stessi, così come quando fotografo un paesaggio è il paesaggio che entra in me e si fa “l’autoritratto” per esistere a meglio autentificandosi, perché esiste solamente quello che si fotografa.

Il fotografo si dissolve nelle sue fotografie e diventa lui stesso la fotografia annullandosi sempre davanti al soggetto che fotografa. La fotografia è ciò che facciamo di essa, è quello che fotografiamo non quello che vediamo; è quello che siamo perché si scopre al mondo solamente quello che ci portiamo dentro, ma abbiamo bisogno del mondo per scoprirlo e testimoniarlo come vorremmo che fosse. Esiste nel fotografo quell’istinto che precede l’intuizione creativa per esprimere tutta la sua fecondità e donare tutto se stesso in quel momento. Anche in fotografia l’attimo che illumina e concepisce quello che vede è come un colpo di fulmine. La creatività non illustra, non imita, ma interpreta diventando la ricerca della verità ideale, che è quella che si immagina.

Che cos’è la creatività? Come prima impressione la determinerei una presenza dell’intelligenza, una nota distintiva della personalità fatta di invenzione, emozione, fantasia, versatilità, agilità, un pensiero avventuroso che fa a pezzi le regole, aperto a nuove esperienze, che cerca sempre nuove risposte interpretando il mondo che ci circonda che è fatto di persone, di paesaggi, di orizzonti, di cieli, di colore e di tante altre variopinte situazioni, testimoniando e interpretando in modo sconvolgente e differente da quel quotidiano ripetitivo che si conosce, assumendosi la responsabilità dei risultati. Perché la fotografia creativa non deve riprodurre ma interpretare rendendo visibile l’invisibile, anche se l’invisibile non è il contrari del visibile: anche il visibile ha un velo sottile di invisibile e l’invisibile è la contropartita segreta del visibile. Citando Otto Steiner: la creazione fotografica assoluta nel suo aspetto più libero rinuncia a ogni riproduzione della realtà, perché riprodurrebbe il visibile.

E perché il colore? Bisogna far capire che la creatività con l’aiuto del colore anche in fotografia non è sinonimo di creazione arbitraria, ma di un movimento che genera vita e non sofferenza con valenza positivo per tutti. Il colore è anche sensazione fisiologica, interpretazione psicologica emozionale, modo e mezzo di conoscenza ed è per questo fondamentale soprattutto nella fotografia.
Come diceva Klee: il colore è il luogo dove l’universo e la mente si incontrano.

La forma è la chiave dell’esistenza. Cerco di esprimerla in fotografia testimoniandola nello spazio in correlazione con le cose coinvolte in esso, che non è ciò che contiene la cosa ma ciò che emerge in relazione della cosa: un paesaggio, una persona, un albero, un’automobile, un ambiente, ecc.
Tutto ciò che ci circonda può venire ripreso per essere testimoniato con significato. Non si può conoscere l’essenza delle cose se si crede solamente che un fiore sia solo un fiore, che una nuvola sia solo una nuvola, che il mare sia solo il mare, un albero solo un albero o un paesaggio solo un paesaggio: vorrebbe dire che la conoscenza si limita alla superficie senza coscienza, senza capire al loro esistenza nel loro contenuto, limitando la loro verità e identità.

Le fonti dell’arte sono l’entusiasmo e l’ispirazione, in un parola la vitalità, e una parte importante è immaginazione. Quelli che non immaginano amputano la parte creativa del pensiero: è più facile ragionare razionalmente che immaginare e creare ma solo immaginando si può fare il giro del mondo in un giorno invece che in ottanta. Quelli ancorati al ragionamento sentono le vertigini davanti al cambiamento, eppure bisogna cambiare sempre per rimanere quello che si è, così come fa e insegna ala natura. E per concludere non è quello che voglio che mi fa felice ma è quello che ottengo da quello che la vita mi porta, e oggi mi ha portato a voi e a voi ha portato me!

Franco Fontana

 


Le foto qui postate sono estratte da quelle mostrate da Franco Fontana durante la lezione aperta tenutasi il 23 aprile 2015 presso l’Università Bocconi

MIA FAIR, nuova location vecchio allestimento

Jean Michel Folon amava dire che i più musei del mondo belli sono sempre all’aria aperta e che i luoghi più vivi sono quelli in cui la gente può sedersi per terra. Quindi promossa in pieno la nuova location di @Mia_FAIR di Piazza Lina Bo Bardi dove, complice ieri una tiepida giornata di sole primaverile, i visitatori si sono goduti l’esposizione e il nuovo paesaggio urbano dai gradini di THE MALL Porta Nuova.

Tuttavia il MIA sembra non aver sfruttato pienamente l’occasione del cambio di sede. Nulla esclude che una fiera possa avere lo stesso rigore espositivo di una mostra, o perlomeno avvicinarsi a esso. Invece MIA ripropone un allestimento piuttosto banale su due lunghe file di stand dove l’ordine narrativo si coglie solo leggendo il comunicato stampa.

Molte delle proposte sono accatastate senza apparente senso e la mancanza di coerenza espositiva toglie gusto al visitatore. Certo, è un visitatore che non compra molto ma soprattutto guarda, un visitatore che però probabilmente arriva da Salgado, Bonatti e soprattutto #ItaliaInsideOut dove l’allestimento di Peter Bottazzi tiene insieme 250 scatti di quarantadue fotografi. Quanto sarebbe godibile Miss Tronette di Eric Dofour, seppur nell’elegante spazio di Alidem, fuori dall’angolo in cui è stata appesa? E quanto i Car Pooler di Alejandro Cartagena o quanto le ragazze iraniane nella notte di Teheran di Fabio Bucciarelli racconterebbero più vicini a chi li vuole ammirare nello spazio simmetrico e affollato di Raffaella De Chirico? E’ una fiera, certo, e non una mostra. Ma si potrà fare di più e meglio alla prossima occasione. Le foto del MIA, a parte alcuni e oltre i soliti grandi, per dirla in sintesi e in generale, in qualche caso stupiscono, ma non emozionano.

 

FRANCESCA ROMANO / Dalla Sicilia l’amore per il ritratto

Dalla Sicilia l’amore per il ritratto. Con un grazie a Letizia e Shobha Battaglia.


ottobre 2013, Palermo. Ficus al Foro Italico. Questa foto ha partecipato alla mostra al Teatro Garibaldi di Palermo a marzo 2015.

Ottobre 2013, Palermo. Ficus al Foro Italico. Questa foto ha partecipato alla mostra al Teatro Garibaldi di Palermo a marzo 2015.

Francesca, raccontaci tutto dall’inizio.

Ho cominciato a sedici anni a scattare foto di band musicali giovanili a Palermo. Avevo persino a disposizione una sala di posa, 35mq di un grande appartamento trasformato in atelier dai miei genitori, mio padre architetto e mia mamma artigiana artista che aveva predisposto anche una camera oscura per le sue serigrafie. Così avevo la possibilità di stampare i miei lavori. Appena ventenne appesi le mie foto nel foyer dell’Opera Universitaria, un piccolo teatro dove andava in scena uno spettacolo del regista Werner Eckl col gruppo musicale Agricantus, di cui avevo documentato le prove. Un giornalista del Giornale di Sicilia le vide ed è lì che fui convocata presso la redazione.

Quindi un passaggio al giornalismo?

Al Giornale incontrai Francesco Deliziosi, allora caposervizio. Mi invitò a collaborare per il loro inserto settimanale Gio7 sui giovani e così iniziai a girare tutti gli scantinati di Palermo per immortalare giovani musicisti. Poi mi proposero la cronaca; senza cellulare e con la Fiesta bianca di mia mamma mi avventuravo fino all’altro capo dell’isola per riprendere Miss Gela. Un lavoro per me faticoso sia per i chilometri percorsi confronto ai magri guadagni sia per la grande timidezza che mi affliggeva nell’avvicinare gli altri. Timidezza che ho superato prima guardando attraverso l’obiettivo, poi grazie all’incontro con alcune persone che hanno cambiato anche la mia vita professionale.

Puoi dirci di più?

Dopo due anni di lavoro al Giornale di Sicilia decisi di trasferirmi a Milano. Palermo era una città in trincea per la Guerra di Mafia e io non ero emotivamente preparata alla nera. Arrivai a Milano alla fine del 1989 e decisi che mi sarei stabilita in un luogo che mi stava offrendo di incontrare e conoscere veri e propri maestri.
E poi l’incontro con Shobha Battaglia. La conobbi negli anni ’90 a Palermo dove tornai dal 2011 al 2013 per frequentare i workshop organizzati da lei e dalla madre Letizia. Devo a Shobha il mio cambiamento: mi ha insegnato a tirare fuori le istanze dell’anima lasciando fluire ciò che mi tocca nel profondo e si riversa poi nei miei scatti. Senza curarsi della distanza che ci separa (Shobha trascorre gran parte dell’anno in India) la nostra amicizia è sempre più forte.

22 settembre 2011. Shobha a Ravenna in occasione di una sua mostra alla darsena.

22 settembre 2011. Shobha a Ravenna in occasione di una sua mostra alla darsena.

E Letizia Battaglia invece che segno ha lasciato?

Ho conosciuto Letizia da vicino solo negli ultimi anni, in occasione delle lectiones magistrales tenute in Triennale e della presentazione del suo ultimo lavoro Gli invincibili presentato lo scorso anno allo spazio Nonostante Marras. Il suo insegnamento è profondo, ha un grande istinto e una sensibilità, nei confronti di chi fotografa, straordinaria. Per Letizia la bellezza è giustizia. Letizia mi ha spinto all’approccio pratico. È una donna dalla sincerità spiazzante, molto palermitana, da cui vado volentieri ogni volta che posso, a farmi raccontare di sé e della sua vita.

Torniamo a Milano. Cosa è successo?

Frequentai due corsi tenuti da Nick Giordano presso la scuola Image Investments diretta da Giovanni Gastel, all’interno del Superstudio; poco dopo divenni assistente di studio di un fotografo e questa esperienza durò un paio d’anni. A quel punto partecipai a un concorso per entrare nella scuola di giornalismo dell’Ordine lombardo e ottenni il praticantato come giornalista grafica. Da lì il primo stage a Panorama, l’assunzione, otto anni nella redazione di cui gli ultimi due come assistente dell’Art Director. Un lavoro che mi teneva a contatto con i fotografi. Col senno di poi una scelta lungimirante anche se allora mi sembrò di sacrificare le mie aspirazioni. In realtà il giornalismo mi ha aperto una porta sulla comprensione della realtà. Poi è arrivata una figlia, la mia unica e ho rallentato il passo. Per seguire lei e il suo talento musicale ho ripreso da dove avevo interrotto la mia ricerca fotografica. L’occasione fu seguire in teatro i concerti col coro dove cantava e così, come a chiudere e riaprire un ciclo, la foto di scena, gli artisti. Un ritorno al passato arricchito però dalle tecniche digitali di cui mi sono appropriata.

5 marzo 2015, Tatro Garibaldi di Palermo. Mostra in occasione dell'80mo compleanno di Letizia Battaglia. Nella foto, Letizia ammira la foto di sua figlia Shobha.

5 marzo 2015, Teatro Garibaldi di Palermo. Mostra in occasione dell’80mo compleanno di Letizia Battaglia. Nella foto, Letizia ammira la foto di sua figlia Shobha.

Che differenza c’è tra la Francesca Romano fotografa a Palermo e quella fotografa a Milano?

A Milano ho affinato la tecnica fotografica di studio ma quando ripenso al mio lavoro al Giornale di Sicilia mi rivedo nel lavoro che faccio ora. In particolare un paginone con quattro foto di taglio quadrato di Alberto Bevilacqua in quel pezzo hanno già l’interesse per il racconto, il viso, l’espressione.

Ti manca Palermo?

Ho scelto di venire a Milano e di viverci. Di Palermo sono molto orgogliosa, in questo momento: il 5 marzo di quest’anno ci siamo ritrovati a Palermo per festeggiare gli ottant’anni di Letizia Battaglia. Nel frattempo il Sindaco Leoluca Orlando ha annunciato di voler destinare uno dei padiglioni dei Canteri Culturali a Centro Intermazionale di Fotografia. Letizia come regalo di compleanno ha voluto che i fotografi donassero una foto della città e ha realizzato una mostra al Teatro Garibaldi.

Quindi ancora una volta Letizia Battaglia nella tua vita.

Letizia scatta con un’ottica fissa 35mm e non è mai abbastanza vicina al soggetto, è presente sulla scena. Ricordate la foto di Bagarella ammanettato? Fu scattata mentre lei cadeva per scansare un calcio del mafioso.

marzo 2014, Milano. Monaci buddhisti vicino Santa Maria delle Grazie. Mostra “Prima visione 2014”, Galleria Bel Vedere, a cura del Grin.

Marzo 2014, Milano. Monaci buddhisti vicino Santa Maria delle Grazie. Mostra “Prima visione 2014”, Galleria Bel Vedere, a cura del Grin.

A cosa stai lavorando?

Ho riposte la mia attenzione sul tema del lavoro. Dopo il reportage Il Lavoro Rubato, mai pubblicato e trasformato in una mostra personale curata da Roberto Mutti nell’ambito di Photofestival Milano 2014, sto realizzando ritratti di artigiani e creativi.

Nata a Palermo nel 1966, Francesca Romano si è laureata all’Accademia di Belle Arti con una tesi in fotografia. Già fotoreporter al Giornale di Sicilia, a 23 anni si è trasferita a Milano per approfondire gli studi di fotografia presso il Superstudio. Attualmente opera come fotografa indipendente concentrandosi su progetti di reportage sociale, ritratto e street photography.
Negli ultimi anni le sue fotografie sono state esposte al Festival del Reportage di Atri (con Reporters sans frontières) e selezionate dall’associazione dei photoeditor italiani (G.R.I.N.) per le mostre “Prima visione 2010”, “Prima visione 2012” e “Prima visione 2014” presso la Galleria Bel Vedere di Milano.

Nel 2011 ha realizzato un progetto fotografico sulle feste popolari siciliane assieme a Shobha Battaglia, “Cuore devoto” e nel 2013 ha lavorato in un laboratorio di storytelling fotografico con Shobha e Letizia Battaglia, “Raccontami una storia”.
Dal 2011 al 2013 ha seguito e documentato la lotta quotidiana di un presidio di lavoratori che sono diventate nel 2014 il tema di una mostra fotografica personale “Il lavoro rubato” curata da Roberto Mutti nell’ambito del Photofestival di Milano 2014.

Oltre alla fotografia, Francesca Romano ha anche studiato giornalismo grafico presso l’IFG di Milano ed è giornalista grafica professionista. In passato ha lavorato per il settimanale Panorama (Mondadori) e adesso lavora per i periodici F e Natural Style (Cairo Editore).

www.francescaromano.it