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Mostre alla Tate Modern, Londra

Per chi facesse nei prossimi mesi un viaggio a Londra consigliamo una visita alla Tate Modern. Non soltanto per l’ampliamento firmato Herzog & de Meuron, ma anche per le bellissime mostre di fotografia ora a calendario.

Una visita a Londra dovrebbe prevedere, per chi ama l’arte contemporanea, una sosta alla Tate Modern.

Riaperto a giugno 2016 dopo l’ampliamento da parte del duo svizzero Herzog & de Meuron, la Tate Modern è uno dei luoghi che si devono assolutamente visitare durante una vista a Londra. All’interno dell’imponente e austero edificio si trova uno spazio espositivo interno marcato dal “boulevard verticale” dove i visitatori trovano una serie di mostre, tutte incentrate sui temi della Tate Modern, ovvero l’arte internazionale moderna e contemporanea.

Per gli amanti della fotografia, fino al 21 maggio, è visitabile “The Radical Eye. Modernist Photography from the Sir Elton John Collection. Il musicista e collezionista condivide la sua collezione fotografica privata, una delle più grandi al mondo, incentrata sul periodo classico modernista, 1920-50, con ritratti di Man Ray, esposti per la prima volta insieme a rare stampe di fotografi come Dorothea Lange, proposta anche a EXPOWALL durante la mostra “AMERICA AMERICA” e Tina Modotti, per citarne solo alcune.

Un paio di settimane fa ha aperto invece Wolfgang Tillmans 2017, così fino all’11 giugno la Tate Modern espone uno degli artisti visivi più innovativi del momento, focalizzandosi sulla sua produzione artistica nei vari media a partire dal 2003. Diventato famoso negli anni 1990 con le sue fotografie della vita quotidiana e la cultura contemporanea, il tedesco Tillmans ha allargato il suo orizzonte creativo con una forte vena sociale e politica, spaziando dal video alle performance, dalla musica alle pubblicazioni.

Fino al 2 aprile si può ancora vedere la prima retrospettiva dalla morte di Robert Rauschenberg nel 2008, “l’artista che ha cambiato l’arte americana per sempre”. La mostra organizzata in collaborazione con il MoMA di New York è un’occasione unica per vedere opere provenienti da diverse collezioni.

Christiane Bürklein

una versione di questo articolo è stata pubblicata sul portale di architettura Floornature

Tate Modern, Londra, UK

Mostre:

Robert Rauschenberg, fino al 2 aprile 2017

The Radical Eye. Modernist Photography from the Sir Elton John Collection fino al 21 magio 2017

Wolfgang Tillmans 2017 fino all’11 giugno 2017

Immagini: courtesy of Tate Modern, vedi leggende

Ulteriori informazioni: http://www.tate.org.uk/whats-on

 

Wolfgang Tillmans  – paper drop Prinzessinnenstrasse 2014

Iguazu 2010  © Wolfgang Tillmans

Man Ray 1890-1976Glass Tears (Les Larmes) 1932Photograph, gelatin silver print on paper229 x 298 mmCollection Elton John© Man Ray Trust/ADAGP, Paris and DACS, London 2016

Robert Rauschenberg Retroactive II 1964
Oil and silk-screen ink print on canvas 213.4 x 152.4 cm
Museum of Contemporary Art Chicago. Partial gift of Stefan T. Edlis and H. Gael Neeson

© Robert Rauschenberg Foundation, New York. Photo: Nathan Keay © MCA Chicago

Robert Rauschenberg Untitled (Spread)
1983 Solvent transfer and acrylic on wood panel, with umbrellas 188.6 x 245.7 x 88.9 cm  © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Syncretic New York

Il testo critico di Paolo Schianchi sulla mostra fotografica ELECTRI-CITY di Giuseppe Di Piazza

New York, New York e ancora New York, la metropoli di cui conosciamo, anche senza esserci stati, scorci, atmosfere, immaginari, persone e quant’altro. In effetti è una delle città più iconiche del Novecento ed è sempre più difficile raccontarla nella nostra epoca, quella in cui, grazie alla rete, non vediamo più nulla per la prima volta.
A darle una ritrovata connotazione figurativa ci ha pensato Giuseppe Di Piazza con le sue immagini che mostrano il sincretismo visivo di un tale complesso agglomerato urbano.
Ma andiamo per ordine.

 

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Oggi attraverso i new media la nostra cultura visiva, incuneandosi fra chi siamo e ciò che percepiamo del mondo, ha portato tutti ad avere un immaginario al tempo stesso individuale e condiviso di qualunque luogo, perché sempre lì pronto ad essere osservato su di uno schermo attraverso un click. Un processo che si è sviluppato grazie alle cosiddette immagini sincretiche.
Si tratta di raffigurazioni che gemmano le une sulle altre senza pregiudizi, poiché contengono talmente tante valenze da essere sempre al presente, attuali e senza tempo, libere di narrare ogni traccia presente sul territorio. Ovvero sono la fusione di elementi visivi impressi sulla superficie dell’immaginario e dalla memoria individuale, utilizzati per mostrare l’immaginario e la memoria collettiva, sincronizzando il tempo di chi produce visioni con quello di chi le osserva. Allora la Grande Mela nella nostra contemporaneità è tutto quell’insieme visivo che conosciamo di lei, spaziando da Sex and the City alla Trilogia di New York di Paul Auster, dalle iniziative dei suoi musei alle fotografie d’autore raccolte in libri editi in tutto il mondo, dalla Factory di Andy Warhol al capodanno a Time Square, da un racconto di viaggio al crollo delle Torri Gemelle, dalle feste di rimando etnico nei diversi quartieri a Colazione da Tiffany di Truman Capote, dalla moda nelle sue strade alle persone che corrono in Central Park e tutto quanto sia stato comunicato, letto e visto di questa città, rendendola l’immagine di se stessa. Insomma le immagini sincretiche hanno trasformato l’immaginario evocato per anni dalle parole nel suo ritrovato complementare espressivo contemporaneo: la raffigurazione.

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L1041810Coney_Island_cineseUn cambiamento culturale che è visibile, in modo diretto e preciso, negli scatti di Giuseppe Di Piazza, il quale riesce a manifestare tutto il sincretismo annidato in ognuno di noi. A ben vedere le sue raffigurazioni di New York, sfocate e in movimento, esistono e si ricompongono nell’istante in cui le si guarda, lasciando chi osserva, ed ecco la sua grande forza espressiva e creativa, libero di ricondurle a una personale narrazione. Ma attenzione, Giuseppe Di Piazza compie tale azione visiva guidando magistralmente l’occhio di chi guarda. La sua infatti è un’estetica talmente contemporanea da trovare la propria bellezza nell’interscambio fra autore e spettatore, in quanto utilizza una nebulosa visiva composta da sfocature e movimenti della camera in cui tutto questo avviene con semplicità, senza forzare chi osserva, ma al contempo guidandolo nel rintracciare la Grande Mela che alberga in lui.

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Allora le strade, i palazzi, lo skyline, la metropolitana, le persone, il Grand Central Terminal, i locali pubblici e quant’altro Giuseppe Di Piazza immortali di New York, assume un nuovo valore partecipato, diventando l’anello di congiunzione visiva fra gli immaginari di colui che fotografa e quelli di chi guarda le sue raffigurazioni. Riesce quindi a coniugare la realtà di New York con ciò che ci si immagina, ma tenendo le redini ben salde, allo scopo di palesare una visione personale e sempre nuova, quella, fuggevole e mediatica, ormai completamente immersa nella cultura visiva post-web.
Sarà balzato all’occhio che non si è utilizzato il termine fotografia, ma immagine. Una scelta consapevole, perché quanto prodotto da Giuseppe Di Piazza valica il concetto di fotografia tradizionale, traghettando questa disciplina nell’attualità: quella dove l’oggetto che consumiamo per apprendere e comunicare viene appunto chiamato immagine.

Paolo Schianchi

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Presso: la più bella esposizione è quella in cui intorno scorre la voglia di incontrarsi.

La fotografia deve stare nei luoghi vivi. Presso dimostra che la più bella esposizione immaginabile è quella in cui intorno scorre la voglia di incontrarsi.

Presso è un’iniziativa imprenditoriale fortemente innovativa nel campo.. Beh, è difficile definire il campo in cui opera Presso, ecco un altro indizio di innovazione!
Presso è uno showroom (in realtà più di uno, via Paolo Sarpi 60 e via Marco Polo 9 – Milano) progettato per accogliere persone, arredato con le più belle creazioni del design italiano a disposizione di chiunque per il tempo che desidera. Un formato nato per favorire l’interazione tra il prodotto e il suo pubblico. Da Presso si cucina, si guarda un film, si chiacchiera in uno spazio progettato e attrezzato come una casa ideale, casa tua, per stare insieme a amico e clienti. Bello vero? Facile utilizzarlo, geniale inventarlo e seguirlo con cura e attenzione, con progettualità che è insieme accoglienza e marketing.
Nei primi sei mesi di quest’anno la location di Porta Nuova ha registrato 148 giorni di apertura, 73 eventi e 4.000 ospiti con un tempo di permanenza medio di due ore e quaranta minuti.
Numeri importanti per l’arredo e il design (pensiamo ad esempio al progetto “Cont[r]act – Relationship for your business“, portato avanti insieme a aziende leader e riferimento nel mondo del design come Alessi, Artemide, Cappellini, Dornbracht e Fontanot) ma anche per la fotografia. Presso infatti ospita una parte dell’archivio di Expowall dedicato al paesaggio urbano milanese e in particolare al nuovo quartiere di Porta Nuova.
Se, come amava dire Folon,  il più bel museo del mondo è la strada, perché tutto ciò che è creatività esposta nei luoghi vitali non ha confronto, Presso dimostra che la più bella esposizione immaginabile è quella in cui intorno scorre la voglia di incontrarsi.

Le fotografie esposte da Presso Porta Nuova fanno parte del lavoro di ricerca che Expowall ha condotto sul nuovo paesaggio urbano milanese. Tutte le foto sono in vendita.

 

Franco Fontana, Philippe Petit e la poesia oggi

Franco Fontana ha esposto le sue opere in centinaia di luoghi in tutto il mondo, nei musei più famosi. Ma questa mostra è davvero unica, diversa da tutte le altre. Non soltanto per la bella intuizione di Canon di incaricare tre fotografi di riconosciuta sensibilità – non uso il termine bravura, sarebbe fuori luogo- di mettere a disposizione il proprio obiettivo e la propria visione a documentare l’anima di Expo 2015, evento in se stesso unico. Ma è una mostra speciale perché Franco Fontana illustra qualcosa che fra poche settimane non esisterà più, rendendo così profonda la nostra percezione, e ci permette idi superare la freccia del tempo rendendo dunque queste costruzioni più durature della materia con cui sono state costruite.

Le prospettive di Franco Fontana anche in questo caso non sono semplici astrazioni, come potrebbe indurre a pensare il titolo della mostra, non sono esercizi di abilità o di tecnica, ma inviti a tutti noi che le guardiamo a viverle dentro restando al di fuori. Come ama dire Fontana, non è la foto a essere astratta ma il pensiero che le sta dietro. “Rendere visibile l’invisibile” è una frase spesso usata da Fontana per descrivere il lavoro del fotografo, da essere spesso abusata in troppe citazioni.

Eppure, di fronte a queste immagini emozionanti, non possiamo paradossalmente che pensare all’invisibile che si è nascosto allo sguardo di milioni di visitatori, forse a tutti noi.

Uno scatto, un click, un attimo; ma parafrasando un aneddoto su Matisse possiamo dire: una vita, più uno scatto.

C’è poi un’altra unicità: per la prima volta la Fondazione ENI Enrico Mattei, una delle più importanti istituzioni di ricerca nei settori dell’economia, dell’ambiente e della governance dei sistemi, si apre alla città e al pubblico con una mostra di fotografia. Credo e spero che altre ne seguiranno, come segnale anch’esso di condivisione.

Mentre scrivo queste righe continua a affacciarsi alla mia mente l’impresa di Philippe Petit, il funambolo che ha camminato sul filo teso tra le Torri gemelle di New York nel 1974,

Werner Herzog ha scritto che quell’impresa, anch’essa opera dell’ingegno e della passione, non della tecnica, resuscita le Torri che non ci sono più, disobbedendo alla gravità…

Ecco, caro Fontana, il senso della poesia anche oggi.

AM


Antonella Bozzini racconta la convivenza tra vecchia e nuova Milano

Milano, 12 maggio 2015 – La sezione PRO di EXPOWALL si arricchisce di una nuova gallery. Dopo The Stately Side of Expo di Marco Menghi e Matteo Cirenei, Antonella Bozzini prosegue con l’architettura raccontando la convivenza di vecchi e nuovi edifici nella Milano che cambia in Architetture Milanesi Work in Progress.

Antonella Bozzini fotogiornalista classe 1967, sta documentando il mutamento della città. Lentamente, come tiene a precisare Antonella, seguendo il ritmo dei cantieri. Perché Milano, nella sua trasformazione, concede il tempo all’osservatore di non scordare dove si trova. Nelle foto di Antonella Bozzini la vecchia Milano è sempre presente, a contatto con il fotografo, segnando il percorso, la storia, il divenire della città delineandola in uno spazioluogo inconfondibile.

Architetture Milanesi Work in Progress è il secondo contributo ospitato da EXPOWALL per raccontare Milano durante EXPO 2015. Diventare PHOTOGRAPHER of THE WEEK è totalmente gratuito. Basta inviare una mail a info@expowall.it con la descrizione del proprio progetto e concordare la messa on line.

Princess of Waterland

Le donne del Bangladesh si riscattano attraverso la bellezza.


Principesse per dignità e portamento le donne fuoricasta del Bagladesh scacciano la miseria con i colori. Metà del territorio Bangladesh è a 12 metri sotto il livello del mare. Qui l’acqua ha un potere distruttivo enorme. L’arrivo di Beatrice Mancini, insieme a due medici donne e a una infermiera, è una notizia che si si è diffusa velocemente tra i villaggi dove la fotografia ha ancora un potere salvifico.

Estetica in trasformazione. Le foto di Matteo Cirenei e Marco Menghi

Estetica in trasformazione. Le foto di Matteo Cirenei e Marco Menghi immortalano la realizzazione dei padiglioni espositivi di Expo 2015. Ma di questi nessuno rimarrà in piedi.


Come responsabile del marchio Expo, il BIE (Bureau International des Expositions) ha stabilito che le Esposizioni universali di terza generazione, come quella di Milano, devono avere luogo in un’area espositiva non edificata che tale deve tornare al termine dell’evento.

“Eravamo estremamente curiosi di entrare nel sito espositivo. Volevamo in qualche modo esorcizzare l’immagine negativa che si era creata attorno ai cantieri dell’Expo” dice Matteo Cirenei che dal 1991 porta avanti una ricerca sull’architettura milanese. “Siamo due architetti, per formazione attratti da come vengono realizzate le strutture. Per questo abbiamo voluto fissare per immagini le varie fasi di passaggio da costruzioni-non-rivestite a veri e propri padiglioni, mostrando le strutture, gli elementi costruttivi, la modularità, le modalità di assemblaggio di parti pre-costruite, i dettagli dei materiali, alternando queste viste più descrittive del momento di edificazione ad altre che cercano di far intravedere quella che sarà la forma finale, seppur per porzioni”.

Ispirati a un principio di sostenibilità i 53 padiglioni nazionali (record assoluto), i 9 cluster tematici e tutti gli altri edifici sono facilmente smontabili e riutilizzabili altrove. “Nonostante sia ancora un cantiere aperto, le nostre foto, seppure dove possibile colgano ampie visioni d’insieme, per il resto volutamente cercano di non mostrare troppo i materiali e i mezzi, ma piuttosto di isolare delle situazioni circostanziate, e, dove possibile per lo stato di avanzamento dei lavori, di afferrare la forma finale” spiega Marco Menghi. “Abbiamo deciso di iniziare questo progetto ponendo degli intervalli di circa un mese tra una visita e l’altra, per poter analizzare al meglio le differenze: se alcuni padiglioni sostanzialmente rimangono invariati nell’impianto generale, per altri si notano evoluzioni sia formali che dimensionali, alcuni infine proprio non c’erano e sono stati costruiti in un paio di settimane. Ora stiamo preparando l’ultimo ingresso prima dell’apertura di Expo. Ci aspettiamo di completare il nostro lavoro su un’estetica effimera legata all’intero complesso dei padiglioni, di cui non resterà più traccia”.

Marco e Matteo, entrambi architetti, collaborano spesso per progetti di ricerca oltre che su lavori commissionati: Matteo sedotto da ambienti e forme,  Marco dall’aspetto umano (gli operai al lavoro) che diventa motore fondamentale per la realizzazione dell’intero complesso. “L’alta tecnologia che sta dietro ai progetti strutturali dei padiglioni, pensati tutti per poi essere interamente smontati e ricostruiti”, -continua Marco-“ è interamente applicata da piccole squadre di tecnici specializzati. Poche persone in grado di assemblare elementi per edifici molto grandi“.
“Abbiamo cercato di mostrare gli aspetti positivi legati a questo periodo di preparazione di Expo, al di là di tutte le polemiche, mostrando per quello che sono le opere in divenire e le persone che sono coinvolte nella loro realizzazione, e questo è un lavoro stimolante perché ritrae una realtà in velocissima trasformazione, ogni passaggio ci mostra un nuovo stadio di realizzazione, e un lavoro alacre in lotta contro il tempo”, conclude Matteo.

EXPOSED: Ricerca sulla Milano in trasformazione passando per Expo2015

EXPOSED: Ricerca sulla Milano in trasformazione passando per Expo2015


Ne abbiamo parlato con Fabrizio Vatieri. Artista, Fotografo, curatore del progetto EXPOSED che nasce formalmente nel mese di giugno 2013 come progetto di ricerca artistica sull’identità dei luoghi milanesi esposti alla trasformazione di Expo.

 

“Exposed”, spiega Fabrizio Vatieri, “utilizza l’evento Esposizione universale come pretesto per raccontare un mutamento urbano e sociale. Partendo dai cantieri, che sono solo una parte dell’intero lavoro, abbiamo utilizzato la fotografia e più in generale le pratiche artistiche per raccontare questa trasformazione. EXPOSED è un progetto auto-commissionato, indipendente e autoprodotto.

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Senza Titolo, 2010 © Fabrizio Bellomo courtesy EXPOSED Project

“Nell’estate 2014”, continua Vatieri, “abbiamo organizzato insieme a Ira-c , laboratorio di interazione ricerca e architettura ispirato ai recenti modelli nord-europei di progettazione integrate, un sopralluogo collettivo destinato agli studenti intorno ai cantieri dell’Expo. Strumento di questa exp(l)orazione un kit compost da una macchina fotografica usa e getta, un quaderno, una penna, una mappa dell’area e una seed-bomb (per nutrire il pianeta). Sono state prodotte 250 fotografie esposte davanti al Bosco Verticale di Porta Nuova e ora parte fondante dell’archivio EXPOSED”.

“On the Spot” è una raccolta di sopralluoghi effettuati nell’area in cui avrà luogo l’Esposizione Universale di Milano del 2015. E’ un archivio progressivo che presenta periodicamente i lavori di investigazione di autori diversi che hanno scelto di indagare il territorio che ospiterà l’esposizione. L’obiettivo è costruire una timeline visuale della trasformazione del territorio.

 Tra gli autori che hanno arricchito l’archivio EXPOSED Chiara Badiali, Fabrizio Bellomo, Alessia Bernardini, Gianluca Brezza, Alessandro Calabrese, Leone Contini, Giuseppe De Mattia, Jade Doskow, Giuseppe De Mattia, Federico Evangelista, Giuseppe Fanizza, Valentina Ghiringhelli, Andrea Kunkl, Martino Lombezzi, Michele Miele, Thomas Pagani, Marialuisa Pastò, Giorgio Partesana, Thomas Pololi, Daniele Portanome, Anna Teresa Ronchi, Sissi Roselli, Matteo Sandrini, Mirko Smerdel, Ilaria Speri, Fabrizio Vatieri, Tommaso Zanetta.